Salute, democrazia, uguaglianza. Il mio intervento all’Assemblea Nazionale al Teatro Brancaccio del 18 Giugno.

Il 18 Giugno ho avuto l’opportunità di intervenire all’assemblea nazionale dell’Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza promossa da Anna Falcone e Tomanso Montanari presso il Teatro Brancaccio di Roma. Ho presentando una riflessione sui temi della salute, con l’intento di fornire un contributo utile allo sviluppo di un programma condiviso. Qui sotto il testo, e qui il link al video.
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.”
La Costituzione continua anche oggi a dirci molto.

Sono un medico, mi occupo di ricerca pediatrica, e durante il poco tempo libero, di politica.

Alle spalle tante delusioni dai partiti, per limitata apertura e democrazia interna.

Qui parlerò di democrazia, di uguaglianza, e di salute.

In qualunque famiglia giunga la malattia o la disabilità, si prende coscienza di quanto la salute sia fragile, e importante sia il supporto offerto da una struttura e professionisti che siano insieme accoglienti ed affidabili. Molti ospedali e ambulatori italiani non sono né accoglienti né affidabili. Molto tempo si perde, e con esso molte vite, nell’attesa e nell’ignoranza di cure appropriate.

La politica non è stata all’altezza della Costituzione. La sanità ha vissuto negli ultimi anni la stessa metamorfosi che ha investito la struttura della società, in teoria fondata sulla democrazia, ma nella pratica su logiche aziendali.

Nel modello delle Aziende Sanitarie prevale il vincolo di bilancio, delle risorse e del lavoro come costo.

Nel modello democratico e egalitario la salute rimane un diritto universale.

Il primo modello, quello aziendale, ha fallito.

Milioni di cittadini rinunciano alle cure per motivi economici, e l’accesso alla salute è ancora più difficile per i migranti. La spesa sanitaria pubblica si attesta intorno al 6.5 % del PIL, inferiore rispetto ai principali paesi Europei. Se in Germania ci sono 8 posti letto su 1000 abitanti, in Italia ne abbiamo solo 4. Se questi numeri non vi dicono molto, forse lo faranno i tempi di attesa in un pronto soccorso, o per un esame specialistico. Ad incidere sulle liste di attesa il blocco delle assunzioni e la mancanza di investimenti. E ad attendere per lo più sono i cittadini troppo poveri per accedere alla sanità privata!

Le disuguaglianze economiche sono tra i più importanti determinanti di salute.

Il finanziamento inadeguato del Servizio sanitario nazionale e la disuguaglianza tra i Servizi regionali sono le principali cause della mancata attuazione del diritto alla salute. E non sono necessarie riforme costituzionali: lo Stato ha già gli strumenti legislativi per garantire i Livelli essenziali di assistenza sul suo territorio, ma dobbiamo fare in modo che siano uguali e di “alto livello” e accessibili per tutti, da nord a sud, dai grandi ai piccoli centri, fino alle periferie!

Democrazia è eliminare ogni conflitto di interessi. Come recita la Costituzione, chi lavora nelle strutture pubbliche non può svolgere attività privata né dentro né fuori la struttura.

Non c’è progresso nella Salute senza Ricerca. Da troppi anni assistiamo a tagli. Bisogna rifinanziarla, arrivare in tempi brevi al 3% del PIL. Devono essere promossi gli studi indipendenti che confrontino l’efficacia di terapie, sia esistenti che nuove. E’necessario promuovere la cultura scientifica, la vaccinazione come bene comune, privilegiando l’educazione e non l’obbligo, e investire in biotecnologie, e nuovi, più efficaci e accessibili screening e farmaci.

Le risorse si possono trovare: lo Stato ha preferito ridurre la tasse ai proprietari di immobili di lusso, condonare le evasioni delle multinazionali, aumentare la spesa militare.

L’informazione e la trasparenza sono la migliore garanzia per la democrazia e la sicurezza del paziente.

Ad esempio la documentazione sanitaria, i bilanci delle strutture e i curriculum dei professionisti devono essere accessibili. Esistono validi indicatori per identificare gli ospedali migliori, gli interventi e le terapie appropriate secondo la Medicina basata sulle Evidenze. Gli sprechi e gli interventi inefficaci devono essere eliminati: in medicina non sempre fare di più significa fare meglio. Il Servizio sanitario nazionale deve mettere al centro il paziente, favorirne consapevolezza e partecipazione. La “cittadinanza scientifica” è resa ora possibile dagli straordinari mezzi a disposizione.

La prevenzione è lo strumento più efficace. Promuovere stili di vita, attività fisica e alimentazione corretti. Ma anche tutela dell’ambiente: lo sanno bene a Taranto, o in tanti altri luoghi inquinati d’Italia. Non si può prima inquinare con l’approvazione delle istituzioni e poi dire che non ci sono i soldi per bonificare, curare e indennizzare i malati.

Rovelli ci ricorda che Democrazia e Scienza condividono il metodo per cui “le decisioni migliori possano emergere da una discussione fra tanti, invece che dall’autorità di uno solo.”. La scienza, come la Democrazia, è aperta a tutti. Con questo significato, la Scienza è Democratica!

Lo Stato deve essere fino in fondo res pubblica: occuparsi attivamente della Salute, bene comune e diritto da estendere sempre più a tutti i cittadini. 

La Sinistra deve ritrovare la sua identità in questi elementi:

progresso, trasparenza, riconoscimento dei talenti, scienza, salute, democrazia, e uguaglianza.

Queste sono le nostre più grandi utopie e oggi speranze. 

Grazie, buon lavoro.

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La battaglia di Spartaco


Meravigliosa la puntata di Ulisse dedicata alla figura di Spartaco, gladiatore ribelle che prese le parti degli ultimi e degli schiavi, e nel 73a.C. cercò di sovvertire l’Impero, allora nascente. Ma fu sconfitto e, insieme ai suoi, crocifisso dai romani sulla via Appia.
Cento anni dopo un altro uomo ci provò. Questa volta non con la spada, ma con la parola e la non violenza. 

Ebbe lo stesso destino. 

Ma questa volta pur morendo ebbe successo.

“Levanto: Se guardassi in un cristallo magico, vedresti il vostro esercito distrutto e voi stessi morti. In questo caso, vorresti continuare a combattere?
Spartacus: Sì.

Levanto: Sapendo che si deve perdere?

Spartacus: Sapendo che possiamo perdere. Tutti gli uomini perdono quando muoiono, e tutti gli uomini muoiono. Ma uno schiavo e uomo libero perdono cose diverse.

Levanto: Entrambi perdono la vita.

Spartacus: Quando un uomo libero muore, perde il piacere della vita. Uno schiavo perde il suo dolore. La morte è l’unica libertà che uno schiavo conosca. Ecco perché non ne ha paura. Ecco perché noi vinceremo.”

Dal film Spartacus, Stanley Kubrick, 1960.

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10.000 ulivi. E noi.

C’è bisogno di chiarezza quando si parla di TAP, Trans Adriatic Pipeline, il metanodotto che vuole portare, in Puglia, il gas azero, e di qui in Europa.

Valigia Blu, col rigore consueto, ci presenta la vicenda dal principio. Il Financial Times ci ricorda che l’Azerbajigian, da dove il gas arriva, non è esattamente una democrazia. L’Espresso ci rivela nella sua inchiesta che i dirigenti di società vicine a TAP sono stati in passato contigui a storie di mafia e riciclaggio. 

Io qui voglio dire qualcosa sull’impatto dell’opera nella mia terra.


A sinistra la spiaggia di San Foca in comune di Melendugno, a destra la spiaggia di Cerano, a sud di Brindisi, approdo alternativo 30km a nord, dove è attiva la centrale ENEL a Carbone (altamente inquinante) e che secondo tanti potrebbe essere convertita a Gas con riduzione dlle emissioni inquinanti.

La VIA (Valutazione Impatto Ambientale) è un procedimento che deve valutare un intervento in base all’impronta antropica esistente e al coinvolgimento delle comunità locali. Comune di Melendugno e Regione Puglia hanno detto di non volere l’approdo a San Foca. 

TAP ha scelto San Foca come approdo, ha avuto la VIA dal ministero dell’ambiente, e in questi giorni ha aperto, tra le proteste, il cantiere a Melendugno. 


TAP ha responsabilità solo dei primi 9km in territorio italiano, tra l’approdo sulla spiaggia di San Foca e il terminale di ricezione nell’entroterra di Melendugno, e si è impegnata a ripiantare i 1900 ulivi espiantati sul suo cantiere.  Anche se sull’area già disboscata del Terminale TAP di Melendugno, verranno cemento e caldaie fonti di altro inquinamento, e di certo non ulivi. 

Ma per raccordarsi al gasdotto già esistente è necessario estendere il cantiere per altri 50 km a Nord in mezzo a boschi di uliveti, fino allo snodo di Mesagne, e questa volta a farlo sarà SNAM, che non ha presentato alla Regione Puglia alcun progetto operativo, e detto nulla sul destino dei 10.000 ulivi presenti sul tracciato.


Il motivo ufficiale per cui TAP ha scelto l’approdo a San Foca, è perché voleva evitare le piantagioni sottomarine di posedonia protette dall’Unione Europea, intercettate negli altri tracciati. Ma come emerge dalle cronache di un incontro promosso dall’assessore Minervini nel dicembre 2013 tra governo, azienda, istituzioni e cittadini, la posedonia è presente anche davanti a San Foca. 

Quali le ragioni della scelta allora? Non si sa. Potrebbe essere il costo maggiore di 30km di metanodotto off-shore, o di un intervento a nord su una geologia diversa e più impegnativa rispetto a quella sabbiosa di San Foca, o la necessità di interventi costosi di bonifica in zone industriali, o interessi spiccioli locali e speculativi (la proprietà privata agricola è poco produttiva e un tracciato più lungo e maggiori espropri sembrano la promessa di buoni affari).

Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo prontamente rilanciato sulla bacheca facebook di TAP, ma con molte inesattezze, in cui si parla di soli 211 ulivi ripiantati, ignorando gli altri 1700 interessati dal cantiere TAP, e gli altri 10000 dal cantiere SNAM di cui non conosciamo il destino. Nell’articolo poi si cita inopportunamente il recente cantiere dell’acquedotto pugliese con favore di Regione e cittadini. Il tubo dal Sinni porterà acqua e vita per nuove coltivazioni (non gas fossile fonte di inquinamento). E sappiamo che sarà del tutto ricoperto di nuovo da ulivi. 

La verità é che non c’è alcun bisogno di altro Gas in Italia. E anche le centrali di Cerano e l’Ilva potrebbero probabilmente essere riconvertiti a gas usando gli impianti esistenti. La TAP non solo lascia cicatrici su un territorio bellissimo con il progetto attuale, ma è economicamente inutile. Forse dannosa. Ci si chiede, giustamente: “Non c’è il rischio che, una volta investito così tanto nel gas, ci si trovi a dover frenare rinnovabili ed efficienza energetica, la cui avanzata potrebbe trasformare la scommessa in nuovi gasdotti in un buco nell’acqua?”.

Ecco, la nostra Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita attraverso le istituzioni locali, democraticamente elette. E la Regione Puglia ha come suo simbolo un ulivo. 


Democrazia, ulivi, ambiente, insieme ci definiscono e ci nobilitano. 

Come pugliesi, italiani e uomini.

Torniamo a rispettarli. E rispettarci.

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La Scienza é democratica.



Euclide spiega il suo teorema. Particolare della Scuola di Atene di Raffaello.

Ha fatto discutere la frase “la Scienza non è democratica” con la quale il virologo Roberto Burioni giustificava la cancellazione di tutti i commenti da un suo post, non solo quelli xenofobi o complottisti, ma anche di esperti in epidemiologia che chiedevano maggior precisione.
Credo invece sia giusto affermare che la Scienza sia Democratica.

E’ evidente che la realtà precede l’opinione della maggioranza e che, nell’esempio classico, se questa votasse per dichiarare la Terra piatta, non si cambierebbe l’esistente. Ma non bisogna confondere la Democrazia col principio di maggioranza. La Democrazia è definita come “forma di governo che si basa sulla sovranità popolare, e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”. 
Ebbene, l’esercizio del potere pubblico passa dal libero accesso alla conoscenza, compresa quella scientifica.

Carl Sagan, fisico e divulgatore, ha dedicato molti scritti alla sinergia tra Scienza e Democrazia: affermava che “la cura per un argomento fallace è un argomento migliore, non la soppressione delle idee”. 

Carlo Rovelli, altro fisico e divulgatore, ci ricorda più recentemente che Democrazia e Scienza condividono il metodo per cui “le decisioni migliori possano emergere da una discussione fra tanti, invece che dall’autorità di uno solo; l’idea che la critica pubblica di una proposta sia utile per discernere le proposte migliori; l’idea che si possa argomentare e convergere a una conclusione. La base culturale della nascita della scienza è quindi la stessa base sulla quale si appoggia la nascita della democrazia: la scoperta dell’efficacia della critica e del dialogo fra eguali”.

La scienza infatti, come la Democrazia, è aperta a tutti. Non ci sono discriminanti di censo, razza, credo. La facoltà di capire, e di contraddire, deve essere libera e di tutti. L’avanzamento della Scienza si basa sul dubbio, o come direbbe Popper, sulla falsificazione continua delle teorie esistenti. Ragione, dati, ed evidenze portate, e non necessariamente il titolo accademico, costituiranno discrimine per la verità. 

Bisogna diffidare di tutti coloro che dall’alto di una cattedra, o di un titolo di studio, non danno spiegazioni. Ad Einstein, ma anche a Feynman, si attribuisce il detto”Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”. 

In Scienza, come in democrazia, il principio di autorità non è assoluto. La Scienza ha come padre Socrate, non Aristotele. Non “ipse dixit”, ma “scio me nihil scire”.

Pericle diceva: “Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.” 
La Scienza deve essere governata dall’etica, dal bene comune, dalla democrazia: è un mezzo formidabile per realizzare attraverso queste il suo fine principale, un mondo migliore.
Come riportato da Valigia Blu, “secondo questo nuovo modello la comunità scientifica non deve limitarsi a trasferire conoscenze con un approccio “paternalistico”, ma deve discutere in modo trasparente e aperto, e alla pari, con il pubblico. Il pubblico diventa così un attore del processo decisionale, perché le implicazioni di numerosi campi della ricerca scientifica, dalla medicina all’ambiente, riguardano tutta la società, non solo gli esperti. La scienza diventa quindi un’impresa che non può non coinvolgere l’intera comunità perché richiede decisioni collettive, anche politiche (si pensi a referendum come quelli sull’energia nucleare o la fecondazione assistita).”
“La conoscenza appartiene a tutti e la sua costruzione deve essere trasparente. Nella “società della conoscenza” esiste un nuovo diritto: quella alla cittadinanza scientifica. “Comunicare tutto a tutti” è indispensabile per garantire questo diritto”.

Infatti a decidere se vaccinarsi o no, come è giusto che sia, è e dovrà sempre essere il cittadino. L’imposizione creerebbe solo ulteriori diffidenze e rifiuti. 

Meglio dunque ascoltare tutti, e far avanzare, insieme, Scienza e Democrazia.

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NO ad una riforma costituzionale che peggiora le politiche sanitarie

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Contrariamente a quanto dica la propaganda governativa, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, oggetto del referendum del 4 Dicembre, non apporta alcun miglioramento sostanziale nel campo della Salute.

Il nuovo testo modifica il Titolo V nell’articolo 117 ed elimina in gran parte la legislazione concorrente, ovvero la competenza di Stato e Regione sulle stesse materie, ma fallisce nel farlo sulla Salute. Alla competenza esclusiva dello Stato, presente nel vecchio testo (“la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”) si aggiungono “le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare”. Nei fatti nulla cambia: le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute sono da tempo disposte dal Governo e Parlamento nazionali, attraverso la formulazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini. Nulla ancora cambia per la parte più importante, l’attuazione di tali disposizioni, in quanto “la programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali rimane di responsabilità delle regioni”. Difatti Stato e Regioni continueranno ad esercitare una legislazione concorrente sulla materia.

La clausola di “supremazia”, introdotta nel quarto comma dell’articolo 117 prevede che lo Stato possa intervenire nelle materie affidate dalla Costituzione alla legislazione esclusiva regionale quando lo richieda la “tutela giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”, non risolverà i contrasti. Su proposta del Governo il Parlamento deve legiferare invadendo le competenze regionali esclusive in base a valutazioni volutamente indicate come generiche e interpretabili. Si tratta di un istituto eccezionale, che non può risolvere le disuguaglianze del sistema, ma aumenterà la conflittualità istituzionale, confermando la pessima e confusa natura della riforma Renzi-Boschi. Come espresso da ISDE, associazione medici per l’ambiente, la clausola di supremazia comporta “il rischio di allargare ulteriormente il divario tra le reali esigenze delle Regioni e gli interessi dello Stato, spesso legati a motivazioni lontane dal bene comune delle comunità periferiche, come hanno ad esempio insegnato le vicende di Taranto e lo sfruttamento territoriale della Basilicata.” Con il nuovo art.117 si concorre allo “stravolgimento della democrazia rappresentativa e di quella partecipativa, ad un’abnorme concentrazione di poteri nelle mani del Governo, una pericolosa forma di centralismo decisionale e il venir meno dell’equilibrio fra i vari poteri dello Stato, tutti elementi imprescindibili e garanti dell’ordinamento democratico”.

Le cause dell’arretramento del Servizio Sanitario Nazionale, e delle disuguaglianze dell’offerta sanitaria, derivano principalmente dal sottofinanziamento dello stesso. E su questo la riforma non interviene. E neanche il tanto celebrato articolo 119 che stabilisce che la definizione degli “indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni” nulla dice su come nei fatti sia possibile superare le disuguaglianze tra le regioni: si tratta, dell’ennesimo “specchietto per le allodole”.

E’ fondamentale arrivare al 4 Dicembre superando la propaganda dominante e approfondendo i temi: democrazia, partecipazione e salute sono diritti interconnessi, che vanno difesi e promossi attraverso il nostro convinto NO a questa confusa de-forma.

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Antibioticoresistenza:la nostra arma migliore, la conoscenza


Se vi siete spaventati dopo aver visto #Report ieri, fate bene. Come espresso in una significativa presentazione di Maryn McKenna su TED, “la guerra con i patogeni è impari, i batteri producono una nuova generazione ogni 20 minuti, alla chimica farmaceutica servono 10 anni per ricavare nuovi farmaci. Ma possiamo modificare il risultato. Potremmo costruire sistemi per la raccolta di dati che ci dicano automaticamente e nello specifico come debbano essere usati gli antibiotici (in Italia la Puglia ha un consumo pro capite doppio rispetto al Trentino, secondo l’ultimo rapporto AIFA disponibile, del 2008, non proprio aggiornato). Potremmo costruire dei controlli nei sistemi di prescrizione dei farmaci. Potremmo pretendere che l’agricoltura abbandoni l’uso degli antibiotici. Potremmo costruire sistemi di sorveglianza che ci dicano dove sta emergendo la nuova resistenza (in Italia non esiste un sistema di sorveglianza microbiologico nazionale). Queste sono le soluzioni tecnologiche. Ma probabilmente non sufficienti, a meno che noi tutti non gli diamo una mano. La resistenza antibiotica è dipende da abitudini. E sappiamo tutti quant’è difficile cambiare un’abitudine. Ma come società, l’abbiamo già fatto in passato. Le persone erano abituate a gettare l’immondizia nelle strade, abituate a non indossare cinture di sicurezza, abituate a fumare negli edifici pubblici. Non facciamo più queste cose. Non gettiamo rifiuti nell’ambiente e non andiamo a caccia di incidenti devastanti, non esponiamo gli altri al pericolo del cancro, perché abbiamo stabilito che queste cose sono costose, distruttive e contrarie ai nostri interessi. Abbiamo cambiato le regole sociali. Potremmo cambiare anche le norme sociali sull’uso degli antibiotici. La portata della resistenza agli antibiotici sembra schiacciante, ma come è capitato di acquistare una lampadina fluorescente perché preoccupati per il cambiamento climatico, o di leggere l’etichetta di una confezione di cracker perché pensate alla deforestazione dovuta all’olio di palma, si sa già com’è fare un piccolo passo verso un problema incombente. Possiamo fare questo tipo di passi anche per migliorare l’uso degli antibiotici. Potremmo rinunciare a prescrivere un antibiotico se non siamo sicuri che sia quello giusto. Potremmo smettere di insistere per la prescrizione per l’otite di nostro figlio prima di essere sicuri di cosa l’abbia causata. Potremmo chiedere in ogni ristorante, in ogni supermercato, da dove arriva la loro carne. Potremmo prometterci l’un l’altro di non comprare più pollo o gamberetti o frutta cresciuti con l’uso abituale di antibiotici, e se facessimo queste cose, potremmo rallentare l’arrivo del mondo post antibiotico. velocemente. La penicillina ha dato il via all’epoca antibiotica nel 1943. In appena 70 anni abbiamo condotto noi stessi sull’orlo del disastro. Non avremo altri 70 anni per trovare un modo di uscirne.”

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Barriere (in)decorose

“No a chat con i pazienti”. “Un’amicizia su FB può mettere in discussione l’obiettività del medico”. Così si esprime il segretario generale della Fnomceo, la federazione nazionale degli ordini dei medici e odontoiatri.

Mi chiedo che cosa c’entri. Esattamente quando un’amicizia su Facebook o una chat tra medici e pazienti rende meno professionali o indebolisce l’alleanza terapeutica? L’una e l’altra possono essere invece strumenti utilissimi a rafforzarla. E il comportamento può essere inadeguato anche vis a vis nei nostri vecchi ambulatori.

Il timore è che, indipendentemente dai nuovi media, gli ordini corporativi vogliano restare ancorati alle vecchie barriere e categorie.

Quando si parla di decoro professionale non posso fare a meno di riflettere sulla figura di Patch Adams.

“Uso il termine in senso lato, signori, ma un medico non è qualcuno che aiuta qualcun altro? Quando il termine medico ha preso un’accezione reverenziale? Oh, prima lei, Dottor Smith. Oh, complimenti Dottor Scholl che begli zoccoli ha. Oh, ma si figuri Dottor Patterson, le sue flatulenze non hanno odore. A che punto della storia un medico è diventato più di un fidato e dotto amico che visitava e curava gli infermi? Quando una persona che aiuta l’altra è diventata una sorta di divinità intoccabile?”.

con Patch

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