La Scienza é democratica.



Euclide spiega il suo teorema. Particolare della Scuola di Atene di Raffaello.

Ha fatto discutere la frase “la Scienza non è democratica” con la quale il virologo Roberto Burioni giustificava la cancellazione di tutti i commenti da un suo post, non solo quelli xenofobi o complottisti, ma anche di esperti in epidemiologia che chiedevano maggior precisione.
Credo invece sia giusto affermare che la Scienza sia Democratica.

E’ evidente che la realtà precede l’opinione della maggioranza e che, nell’esempio classico, se questa votasse per dichiarare la Terra piatta, non si cambierebbe l’esistente. Ma non bisogna confondere la Democrazia col principio di maggioranza. La Democrazia è definita come “forma di governo che si basa sulla sovranità popolare, e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”. 
Ebbene, l’esercizio del potere pubblico passa dal libero accesso alla conoscenza, compresa quella scientifica.

Carl Sagan, fisico e divulgatore, ha dedicato molti scritti alla sinergia tra Scienza e Democrazia: affermava che “la cura per un argomento fallace è un argomento migliore, non la soppressione delle idee”. 

Carlo Rovelli, altro fisico e divulgatore, ci ricorda più recentemente che Democrazia e Scienza condividono il metodo per cui “le decisioni migliori possano emergere da una discussione fra tanti, invece che dall’autorità di uno solo; l’idea che la critica pubblica di una proposta sia utile per discernere le proposte migliori; l’idea che si possa argomentare e convergere a una conclusione. La base culturale della nascita della scienza è quindi la stessa base sulla quale si appoggia la nascita della democrazia: la scoperta dell’efficacia della critica e del dialogo fra eguali”.

La scienza infatti, come la Democrazia, è aperta a tutti. Non ci sono discriminanti di censo, razza, credo. La facoltà di capire, e di contraddire, deve essere libera e di tutti. L’avanzamento della Scienza si basa sul dubbio, o come direbbe Popper, sulla falsificazione continua delle teorie esistenti. Ragione, dati, ed evidenze portate, e non necessariamente il titolo accademico, costituiranno discrimine per la verità. 

Bisogna diffidare di tutti coloro che dall’alto di una cattedra, o di un titolo di studio, non danno spiegazioni. Ad Einstein, ma anche a Feynman, si attribuisce il detto”Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”. 

In Scienza, come in democrazia, il principio di autorità non è assoluto. La Scienza ha come padre Socrate, non Aristotele. Non “ipse dixit”, ma “scio me nihil scire”.

Pericle diceva: “Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.” 
La Scienza deve essere governata dall’etica, dal bene comune, dalla democrazia: è un mezzo formidabile per realizzare attraverso queste il suo fine principale, un mondo migliore.
Come riportato da Valigia Blu, “secondo questo nuovo modello la comunità scientifica non deve limitarsi a trasferire conoscenze con un approccio “paternalistico”, ma deve discutere in modo trasparente e aperto, e alla pari, con il pubblico. Il pubblico diventa così un attore del processo decisionale, perché le implicazioni di numerosi campi della ricerca scientifica, dalla medicina all’ambiente, riguardano tutta la società, non solo gli esperti. La scienza diventa quindi un’impresa che non può non coinvolgere l’intera comunità perché richiede decisioni collettive, anche politiche (si pensi a referendum come quelli sull’energia nucleare o la fecondazione assistita).”
“La conoscenza appartiene a tutti e la sua costruzione deve essere trasparente. Nella “società della conoscenza” esiste un nuovo diritto: quella alla cittadinanza scientifica. “Comunicare tutto a tutti” è indispensabile per garantire questo diritto”.

Infatti a decidere se vaccinarsi o no, come è giusto che sia, è e dovrà sempre essere il cittadino. L’imposizione creerebbe solo ulteriori diffidenze e rifiuti. 

Meglio dunque ascoltare tutti, e far avanzare, insieme, Scienza e Democrazia.

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NO ad una riforma costituzionale che peggiora le politiche sanitarie

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Contrariamente a quanto dica la propaganda governativa, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, oggetto del referendum del 4 Dicembre, non apporta alcun miglioramento sostanziale nel campo della Salute.

Il nuovo testo modifica il Titolo V nell’articolo 117 ed elimina in gran parte la legislazione concorrente, ovvero la competenza di Stato e Regione sulle stesse materie, ma fallisce nel farlo sulla Salute. Alla competenza esclusiva dello Stato, presente nel vecchio testo (“la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”) si aggiungono “le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare”. Nei fatti nulla cambia: le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute sono da tempo disposte dal Governo e Parlamento nazionali, attraverso la formulazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini. Nulla ancora cambia per la parte più importante, l’attuazione di tali disposizioni, in quanto “la programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali rimane di responsabilità delle regioni”. Difatti Stato e Regioni continueranno ad esercitare una legislazione concorrente sulla materia.

La clausola di “supremazia”, introdotta nel quarto comma dell’articolo 117 prevede che lo Stato possa intervenire nelle materie affidate dalla Costituzione alla legislazione esclusiva regionale quando lo richieda la “tutela giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”, non risolverà i contrasti. Su proposta del Governo il Parlamento deve legiferare invadendo le competenze regionali esclusive in base a valutazioni volutamente indicate come generiche e interpretabili. Si tratta di un istituto eccezionale, che non può risolvere le disuguaglianze del sistema, ma aumenterà la conflittualità istituzionale, confermando la pessima e confusa natura della riforma Renzi-Boschi. Come espresso da ISDE, associazione medici per l’ambiente, la clausola di supremazia comporta “il rischio di allargare ulteriormente il divario tra le reali esigenze delle Regioni e gli interessi dello Stato, spesso legati a motivazioni lontane dal bene comune delle comunità periferiche, come hanno ad esempio insegnato le vicende di Taranto e lo sfruttamento territoriale della Basilicata.” Con il nuovo art.117 si concorre allo “stravolgimento della democrazia rappresentativa e di quella partecipativa, ad un’abnorme concentrazione di poteri nelle mani del Governo, una pericolosa forma di centralismo decisionale e il venir meno dell’equilibrio fra i vari poteri dello Stato, tutti elementi imprescindibili e garanti dell’ordinamento democratico”.

Le cause dell’arretramento del Servizio Sanitario Nazionale, e delle disuguaglianze dell’offerta sanitaria, derivano principalmente dal sottofinanziamento dello stesso. E su questo la riforma non interviene. E neanche il tanto celebrato articolo 119 che stabilisce che la definizione degli “indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni” nulla dice su come nei fatti sia possibile superare le disuguaglianze tra le regioni: si tratta, dell’ennesimo “specchietto per le allodole”.

E’ fondamentale arrivare al 4 Dicembre superando la propaganda dominante e approfondendo i temi: democrazia, partecipazione e salute sono diritti interconnessi, che vanno difesi e promossi attraverso il nostro convinto NO a questa confusa de-forma.

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Antibioticoresistenza:la nostra arma migliore, la conoscenza


Se vi siete spaventati dopo aver visto #Report ieri, fate bene. Come espresso in una significativa presentazione di Maryn McKenna su TED, “la guerra con i patogeni è impari, i batteri producono una nuova generazione ogni 20 minuti, alla chimica farmaceutica servono 10 anni per ricavare nuovi farmaci. Ma possiamo modificare il risultato. Potremmo costruire sistemi per la raccolta di dati che ci dicano automaticamente e nello specifico come debbano essere usati gli antibiotici (in Italia la Puglia ha un consumo pro capite doppio rispetto al Trentino, secondo l’ultimo rapporto AIFA disponibile, del 2008, non proprio aggiornato). Potremmo costruire dei controlli nei sistemi di prescrizione dei farmaci. Potremmo pretendere che l’agricoltura abbandoni l’uso degli antibiotici. Potremmo costruire sistemi di sorveglianza che ci dicano dove sta emergendo la nuova resistenza (in Italia non esiste un sistema di sorveglianza microbiologico nazionale). Queste sono le soluzioni tecnologiche. Ma probabilmente non sufficienti, a meno che noi tutti non gli diamo una mano. La resistenza antibiotica è dipende da abitudini. E sappiamo tutti quant’è difficile cambiare un’abitudine. Ma come società, l’abbiamo già fatto in passato. Le persone erano abituate a gettare l’immondizia nelle strade, abituate a non indossare cinture di sicurezza, abituate a fumare negli edifici pubblici. Non facciamo più queste cose. Non gettiamo rifiuti nell’ambiente e non andiamo a caccia di incidenti devastanti, non esponiamo gli altri al pericolo del cancro, perché abbiamo stabilito che queste cose sono costose, distruttive e contrarie ai nostri interessi. Abbiamo cambiato le regole sociali. Potremmo cambiare anche le norme sociali sull’uso degli antibiotici. La portata della resistenza agli antibiotici sembra schiacciante, ma come è capitato di acquistare una lampadina fluorescente perché preoccupati per il cambiamento climatico, o di leggere l’etichetta di una confezione di cracker perché pensate alla deforestazione dovuta all’olio di palma, si sa già com’è fare un piccolo passo verso un problema incombente. Possiamo fare questo tipo di passi anche per migliorare l’uso degli antibiotici. Potremmo rinunciare a prescrivere un antibiotico se non siamo sicuri che sia quello giusto. Potremmo smettere di insistere per la prescrizione per l’otite di nostro figlio prima di essere sicuri di cosa l’abbia causata. Potremmo chiedere in ogni ristorante, in ogni supermercato, da dove arriva la loro carne. Potremmo prometterci l’un l’altro di non comprare più pollo o gamberetti o frutta cresciuti con l’uso abituale di antibiotici, e se facessimo queste cose, potremmo rallentare l’arrivo del mondo post antibiotico. velocemente. La penicillina ha dato il via all’epoca antibiotica nel 1943. In appena 70 anni abbiamo condotto noi stessi sull’orlo del disastro. Non avremo altri 70 anni per trovare un modo di uscirne.”

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Barriere (in)decorose

“No a chat con i pazienti”. “Un’amicizia su FB può mettere in discussione l’obiettività del medico”. Così si esprime il segretario generale della Fnomceo, la federazione nazionale degli ordini dei medici e odontoiatri.

Mi chiedo che cosa c’entri. Esattamente quando un’amicizia su Facebook o una chat tra medici e pazienti rende meno professionali o indebolisce l’alleanza terapeutica? L’una e l’altra possono essere invece strumenti utilissimi a rafforzarla. E il comportamento può essere inadeguato anche vis a vis nei nostri vecchi ambulatori.

Il timore è che, indipendentemente dai nuovi media, gli ordini corporativi vogliano restare ancorati alle vecchie barriere e categorie.

Quando si parla di decoro professionale non posso fare a meno di riflettere sulla figura di Patch Adams.

“Uso il termine in senso lato, signori, ma un medico non è qualcuno che aiuta qualcun altro? Quando il termine medico ha preso un’accezione reverenziale? Oh, prima lei, Dottor Smith. Oh, complimenti Dottor Scholl che begli zoccoli ha. Oh, ma si figuri Dottor Patterson, le sue flatulenze non hanno odore. A che punto della storia un medico è diventato più di un fidato e dotto amico che visitava e curava gli infermi? Quando una persona che aiuta l’altra è diventata una sorta di divinità intoccabile?”.

con Patch

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Accesso ImPossibile

possibile accesso vietato

 

Da oggi non sono più portavoce del Comitato Salute e Ricerca e un iscritto di Possibile.

Ho dedicato tempo ed energie a questo progetto, con la speranza di poter contribuire a costruire uno spazio accogliente di partecipazione, di confronto, di uguaglianza, e democrazia.

Questa speranza è morta: non può essere Possibile.

La decisione è maturata a seguito degli ultimi avvenimenti:

-la possibile candidatura a sindaco di Roma del segretario nazionale dei Radicali, annunciata sui giornali dai dirigenti nazionali e locali, senza primarie o alcuna discussione, nonostante i limiti alla doppia tessera imposti invece ad ogni iscritto, dimostra che l’azione politica dei comitati locali è limitata e sottoposta alle decisioni centrali

-lo Statuto è stato scritto da una estrema minoranza (probabilmente inferiore allo 0.5% degli iscritti), non eletta da nessuno, presentato un giorno prima dell’assemblea di Napoli, e qui votato con la promessa di modificarlo in seguito. Tranne poi scoprire che avanzare proposte di modifica era quasi impossibile (necessaria l’adesione di 14 comitati, e il 60% dei consensi nella votazione finale). È giusto che per modificare uno statuto servano grandi numeri, ma non nella fase costituente.

-nonostante le difficoltà date da un regolamento stretto alcuni comitati hanno lavorato intensamente avanzando una proposta che arricchiva i riferimenti dello Statuto, introduceva le primarie, rafforzava la rappresentanza di genere, e migliorava la democrazia interna rendendo le cariche dei comitati organizzativo e scientifico elettive, anziché nominate dal segretario nella lista vincitrice. Un partito costituito da un Segretario, e due Comitati Nazionali di suoi Nominati, e subito sotto centinaia di comitati e migliaia di iscritti senza alcuna articolazione intermedia, impedisce l’elaborazione di azioni incisive, nel solco del vecchio, per nulla sperimentale, “divide et impera

– gli autori del primo statuto hanno scritto un emendamento non molto diverso dalla prima stesura, rendendo più difficile il percorso degli altri emendamenti, più sostanziali

– il comitato organizzativo non ha fatto quanto previsto nel regolamento (“il CO, presa visione dei documenti li rielabora al fine di garantire una organicità della proposta statutaria”), e non ha voluto sottoporre il voto ciascun articolo, ma in un unico voto l’intera proposta

-le proposte sono state rese pubbliche online a meno di 24 ore dal voto, rendendo impossibile ogni discussione nei comitati territoriali

-la piattaforma, che doveva servire al confronto è nata tardissimo, e servita unicamente al voto

– ha votato solo il 31.5% degli iscritti e, poiché lo Statuto non è stato modificato, ad aver vinto è stato il 2.4% (36 voti) che ha votato “nessuna proposta”. Non proprio una vittoria della democrazia.

– lo Statuto di Napoli è stato comunque bocciato dalla Commissione Nazionale Statuti, e deve ancora essere “ristrutturato”per rispondere alle richieste per fare di Possibile un vero partito (con i potenziali benefici economici annessi)

–  data l’assenza di una vera piattaforma di condivisione non è stato possibile arrivare a coagulare il numero di comitati necessario (14) all’ammissione dei documenti tematici elaborati dagli iscritti come contributo al congresso

– l’iniziativa di dar vita ad una mozione partecipata, ed emendabile, che raccogliesse i contributi tematici e il metodo partecipativo dello Statuto, oltre che nuove candidature ai Comitati organizzativo e scientifico, e che mantenesse Civati come segretario (a cui si è proposta la candidatura) è stata rifiutata dallo stesso, e attaccata su Facebook (unico spazio utile, in assenza di una piattaforma di condivisione) come tentativo di sabotaggio ed “ennesima polemica”, preferendo invece la condizione paradossale di un congresso con un’unica mozione, in cui tutto, dai temi ai componenti ai comitati, è già stato deciso. Credo che non esista “sede opportuna” migliore di un congresso per confrontarsi sulla democrazia di un partito, e rinunciare al confronto sia un peccato. Tale iniziativa non ha avuto comunque alcuna formale adesione.

-l’unica mozione presentata “il senso della possibilità” è, a parte i tanti inglesismi, a prima lettura ben scritta (come pure lo era il Patto Repubblicano in cui si diceva che “un’alternativa è sempre possibile”). Ma contiene alcune contraddizioni che emergono dall’approfondimento. Definisce sperimentale il carattere di un partito che invece si delinea come “vecchio”, con i suoi organi centrali di stretta nomina segretariale.  Non affronta adeguatamente temi come la criminalità organizzata, il meridione, la sanità (che non ha bisogno di ennesime indagini, ma di finanziamenti), la disabilità. Ha un’impostazione sostanzialmente liberale (si cita sei volte la parola”concorrenza”, zero volte”beni comuni”), manca una critica sostanziale al sistema capitalistico attuale dominato da finanza e trattati commerciali liberistici. Parla di partecipazione nel partito, ma propone al suo governo le stesse identiche persone che dagli organi ufficiali e dai social network in queste settimane la hanno ostacolata, dileggiata ed offesa.

Difficile intravedere in Possibile la via per un nuovo mondo, quanto piuttosto le dinamiche, limitatissime e claustrofobiche, del vecchio.

Io da oggi cercherò quella via, e nuovi orizzonti, altrove.

 

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Il patto strappato.

   
 Da poche ore Tsipras ha vinto il suo terzo passaggio elettorale dopo due elezioni politiche ed un referendum. Un’altra lezione di democrazia per noi, che abbiamo un premier e un governo mai passati per le urne. 

Vi ricordate piuttosto la carta d’intenti Italia Bene Comune, il programma con cui il PD ha chiesto in coalizione con SEL il voto alle ultime elezioni politiche? Quello in cui si diceva “mai col centro destra” e si parlava di uguaglianza e sviluppo sostenibile? I contenuti sono certo imbarazzanti per questo governo che, rinnegando l’accordo con gli elettori, ha stretto un accordo strategico con il centro-destra. 

Tanto imbarazzanti che il PD lo ha rimosso dal suo sito

Aggiungendo però vergogna a vergogna. 

Per chi si sente tradito l’unica speranza è ridare spazio alla democrazia, e firmare per i referendum sull’Italicum, e non solo, che Possibile sta promuovendo. 

PS Qui è ancora possibile leggerlo.

PS2. Per finire in bellezza provate a cliccare qui: http://www.primarieitaliabenecomune.it. Un po’ come ci sentiamo noi ora.

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E’mancata l’accuratezza. Nella diagnosi e nell’informazione.

In occasione della marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza Beppe Grillo, politico che non ha le mie simpatie, ha attaccato Veronesi. Queste le sue accuse: “pubblicizza le mammografie. Ripete di continuo alle donne di farle. Probabilmente Veronesi parla così per avere sovvenzioni per il suo istituto”. Per il leader M5S “ci vogliono leggi chiare e trasparenti, come negli Stati Uniti. Fai una leggina di due righe, così chiarisci tutto, in trasparenza, chi finanzia cosa”. “Dicono che bisogna fare una mammografia ogni due anni -prosegue- e le donne la fanno perché si informano male, leggono ‘Donna Letizia’, del resto la differenza di mortalità tra chi la fa e chi non si sottopone alla mammografia ogni due anni è di due su mille. Certo è qualcosa, ma comunque pochissimo”.

Le reazioni sulla stampa e sui social network non si sono fatte attendere, e lo stesso ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha voluto replicare in una nota che: “Le dichiarazioni (di Grillo) sono un concentrato di pericolosissima disinformazione. Sull’oncologia tutti i dati, e l’evidenza scientifica, ci dicono che l’arma più efficace, talvolta l’unica, per sconfiggere il cancro e’ la prevenzione. Tra questi il tumore alla mammella, che le donne possono sconfigge proprio grazie alle mammografie e ai controlli da protocollo. Questo è uno dei casi in cui i dati parlano in modo chiaro, tanto che la mortalità delle donne per tumore al seno è nettamente più bassa in quelle zone dove i piani di screening e le mammografie coinvolgono una percentuale maggiore di donne. Spero che nessuna donna si faccia scoraggiare da tali dichiarazioni, perché basta un gesto a salvarci la vita, come testimoniano le migliaia di donne operate e guarite che si daranno appuntamento a Roma al Circo Massimo nei prossimi giorni.”

Ora, a leggere la migliore letteratura scientifica emerge purtroppo che Grillo si è sbagliato. Ha infatti sopravvalutato la capacità della mammografia. Una recente revisione condotta dalla Cochrane, autorevole organizzazione indipendente, riferimento per le revisioni sistematiche, ha infatti stimato in una morte evitata ogni duemila donne sottoposte a mammografia per 10 anni, e conclude:

Quando abbiamo pubblicato questo opuscolo per la prima volta nel 2008, il riassunto riportava quanto segue: “Può essere ragionevole sottoporsi ad uno screening mammografico per il tumore al seno, ma può anche essere ragionevole non farlo, perché lo screening comporta sia benefici che rischi. Se 2.000 donne effettuano la mammografia regolarmente per 10 anni, una ne beneficerà perché eviterà di morire di tumore al seno. Nello stesso tempo, 10 donne sane saranno considerate malate di tumore a causa dell’esame, e verranno inutilmente sottoposte a trattamento. Queste donne potranno subire l’asportazione di una parte o tutta la mammella, spesso riceveranno una radioterapia e in taluni casi una chemioterapia. Inoltre, circa 200 donne sane incorreranno in un falso allarme. Gli effetti psicologici – nel periodo di attesa della diagnosi esatta, ma anche successivamente – possono essere gravi. “Questi dati derivano da trial randomizzati effettuati sullo screening mammografico. Tuttavia la cura del tumore al seno è migliorata in maniera considerevole rispetto al periodo in cui questi trial sono stati eseguiti. Studi più recenti suggeriscono che lo screening mammografico può non essere efficace nel ridurre il rischio di morte dal tumore al seno. Lo screening può risultare positivo tra donne sane che altrimenti non avrebbero mai sviluppato sintomi di tumore al seno. La cura a cui sono sottoposte queste donne sane aumenta il loro rischio di morte, per esempio per malattie cardiache o tumori. Pertanto non sembra ragionevole sottoporsi a screening del tumore al seno. Infatti, evitando di sottoporsi allo screening, si diminuiscono le probabilità di avere una diagnosi per tumore al seno. Tuttavia, nonostante questo, alcune donne vorranno continuare a sottoporsi a screening.”

Anche se il dibattito è aperto, e altre revisioni hanno concluso per la sua utilità, la discussione sull’effettiva utilità dello screening mammografico nel ridurre la mortalità è un dato di fatto, a causa dell’accuratezza limitata (bassa sensibilità e specificità) della procedura come screening nella popolazione generale, in cui un esame clinico ben fatto (5-10 minuti) potrebbe avere la stessa utilità, e per i progressi terapeutici degli ultimi anni che rendono meno utile un’anticipazione della diagnosi.

Ma, a quanto pare ad essere poco accurata in questa giornata è stata anche la qualità dell’informazione.

PS  È assolutamente legittimo e anche scientificamente corretto decidere, allo stato attuale di conoscenze, di voler continuare a fare oltre all’esame clinico, una mammografia di screening ogni due-tre anni. Ma credo che si debbano allo stesso tempo compiutamente comunicare al paziente tutti i rischi, i benefici, e le incertezze, per una scelta che sia la migliore per ogni singola donna. L’opuscolo elaborato dalla Cochrane e quello sviluppato dal sistema sanitario britannico sono un buono strumento, insieme al colloquio con il medico curante, per arrivare ad una decisione più informata e consapevole.

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